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Chelsea-Napoli: un’attesa che non conosce tempo


Archiviata la pratica Cagliari, il popolo azzurro si è riversato completamente, anima e corpo o, se preferite, anema e core, nell’attesa che ha contraddistinto questi giorni.

Fino ad arrivare a stamattina, a queste ultime ore che, ancora, ci separano dal calcio d’inizio, in cui i secondi diventano secoli e le lancette dell’orologio si muovono come tartarughe che si trascinano dietro colossali macigni.

In quanto asserito finora c’è qualcosa di parzialmente vero.

In realtà, Napoli vive da molto più a lungo aspettando le ore 20:45 del 14 marzo del 2012.

Ed è un’agonia che non può avvalersi del tempo come unità di misura per rendere quantificabile l’intensità e l’entità della sua estensione.

Volendo tracciare un grafico, per provare a conferirgli una forma ed una dimensione, il risultato finale sarebbe una linea che segue un percorso “atipico”: lontana, lontanissima dall’apice, in alcuni punti, quasi a voler lasciare dedurre che è potenzialmente destinata a non accostarsene mai.

Invece poi, sorprendentemente, subisce una clamorosa inversione di rotta, attraverso una risalita esponenziale che si avvicina con fare sempre più minatorio ed arcigno a quella stessa “vetta”.

Una metafora, quest’ultima, che cela una facile, retorica e prevedibile demagogia, secondo molti.

Di certo, non è dello stesso avviso chi si è nutrito delle emozioni che hanno inondato l’aria partenopea, particolarmente, negli ultimi giorni.

E con quelle stesse emozioni ha condiviso il letto, i sogni, il caffé, il traffico, i sorrisi, la quotidianità che caratterizza la vita e ne costituisce l’essenza stessa.

In qualsiasi istante della giornata, in qualunque gesto, in ogni momento, quel pensiero riecheggia di continuo nella mente e diviene sempre più incalzante, con il passare degli attimi.

E’ così che, appunto, il tempo perde la sua unità di misura: non esistono più i secondi, i minuti, le ore, ma solo gli attimi che separano “ora” da “stasera”.

Così si vive a Napoli quando gioca il Napoli.

Ed è per questo che l’unità di misura più veritiera di cui avvalersi per quantificare quest’attesa sono i battiti rilevabili da un qualsiasi cuore azzurro.

Napoli si sta preparando a vivere questa partita con la stessa trepidante impazienza con la quale una giovane fanciulla attende “il ballo delle debuttanti” e, al contempo, nel medesimo clima di incontenibile festa con il quale si aspetta il carnevale a Rio de Janeiro.

Le immagini che la città ha offerto in questi giorni, infatti, meritano di essere immortalate, perchè rappresentano una delle fotografie più commoventi da tramandare ai posteri, nelle quali vi sono raffigurate donne, bambini, uomini intenti a procurarsi gadget e sciarpe con cui ornare negozi e balconi piuttosto che sciarpe e cappelli da indossare, già da stamattina, per esorcizzare sempre lei: l’attesa.

Ma anche e soprattutto perchè la voglia di esplodere in un boato di gioia, da parte di questo popolo, è tanta, troppo incontenibile per chiedere loro di attendere, ancora, fino a stasera.

E’ inevitabile che, a ridosso di una partita con la “P”, come quella che si disputerà tra qualche ora, nella mente di ognuno di noi, scorrano in sequenza, più o meno cronologica, le immagini più significative, quelle che ognuno di noi ha immortalato nell’album che gelosamente custodisce nella galleria dei ricordi più cari.

Quegli 11 signori, che solitamente scendono in campo vestiti d’azzurro, per arrivare allo Stamford Bridge, di strada ne hanno fatta tanta, davvero tanta.

O meglio, di campi di calcio ne hanno calpestati un’infinità: dai più declassati della Serie C, passando per i più o meno gloriosi della Serie cadetta. Per poi approdare ai più illustri e rinomati d’Europa.

Ricordarla in un giorno come oggi, la serie C, ha un valore diverso.

Abbiamo pianto di rabbia e forse anche di paura, quando abbiamo appreso che su campi come quelli di Gela, Martina Franca, Lanciano doveva ripartire la nostra storia.

Mai, in quegli anni, avremmo pensato che quella sarebbe stata la nostra forza ed anche il nostro orgoglio.

Ma, ancor più utopistico, sarebbe stato, perfino, ipotizzare che, quello che attualmente stiamo vivendo, sarebbe stato il nostro destino, la nostra realtà.

Ciò è stato possibile, soltanto perchè la società e i calciatori che, negli anni, si sono susseguiti, hanno lavorato con dedizione ed abnegazione intorno ad un progetto, non una chimera, onorando la maglia azzurra e la storia, in essa, intrisa.

Comunque vada, se anche stasera, gli 11 rappresentanti della compagine azzurra che saranno chiamati a rappresentare il Napoli al cospetto di Drogba e company, onoreranno la maglia, Napoli e il Napoli usciranno, comunque, vincitori anche dallo Stamford Bridge.

Al di là del risultato.

Luciana Esposito

 

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