La condanna di Spaccarotella che scagiona gli “ultras”

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La Corte Suprema di Cassazione ha decretato il suo inappellabile verdetto: condannato Luigi Spaccarotella, agente della Polizia Stradale, che il giorno 11 novembre 2007, mentre era in sevizio sul tratto autostradale A1, nei pressi di Arezzo, sparò un colpo di pistola ad altezza d’uomo e contro una macchina in transito nell’altra carreggiata, nella quale si trovavano cinque giovani, tra cui Gabriele Sandri che perse la vita, raggiunto da quello stesso proiettile.

Omicidio volontario per dolo eventuale, la pena che Spaccarotella dovrà scontare è di nove anni e quattro mesi di reclusione.

La Giustizia, così, dimostra che “la legge è proprio uguale per tutti.”

La difesa di Spaccarotella era ancorata su due cardini principali: in primis, lo stress che avrebbe portato il poliziotto a premere involontariamente il grilletto a causa del dito rattrappito dal freddo e dallo sforzo fisico, derivato dallo scontro con gli Ultras che avevano cercato lo scontro con la polizia. Secondo Spaccarotella, sicuramente si, per i testimoni super partes senza dubbio alcuno, non è andata affatto così.

Gli ultras.

Nell’immaginario comune, la legge non è mai dalla parte degli ultras, perchè, quando ci sono di mezzo gli ultras, la colpa è sempre degli ultras.

Li conosciamo bene noi: Curva A, Curva B.

Divisi in due lettere, ma accomunati dalla stessa “mentalità”, dai medesimi ideali.

“Niente incontri, solo scontri.”  “Chi non salta è uno sbirro.” “La legge non ci fa paura, lo Stato non ci fermerà.”

Sono solo un piccolo assaggio degli slogan che scandiscono i loro cori e marcano quella “mentalità”: la mentalità ultras.

Incomprensibile per molti, una fede, una ragione di vita per loro: gli ultras.

Come avranno reagito loro nell’apprendere della condanna di uno “sbirro” ?
Cosa avranno provato nell’apprendere che, una volta tanto, la legge è dalla loro parte?

Nessuno di noi mai avrebbe pensato che Spaccarotella sarebbe stato condannato. Quelli come loro – dichiara uno di quelli che porta addosso il pesante marchio di “ultras” –  alla fine, riescono sempre a spuntarla, perchè sono dalla “parte giusta” secondo il popolo.
Non siamo felici della condanna perchè sappiamo cosa significa morire per seguire questa passione, abbiamo perso tanti fratelli che erano solo dei ragazzi innamorati di questa maglia ed è un dolore che non si supera mai, né si dimentica. In molti pensano che questa condanna può incattivirci e può farci venire voglia di cercare lo scontro con le forze dell’ordine perchè ci può “tutelare” in qualche modo, adesso che abbiamo scoperto che anche le forze dell’ordine pagano se sbagliano. Chi pensa questo dimostra di non aver capito niente di noi e della nostra mentalità. Si deve vivere in curva per capire la nostra mentalità. Noi siamo quelli che lunedì sera erano sulle gradinate a sostenere la squadra, mentre quelli che verranno in giacca e cravatta a vedere la partita con il Chelsea, perchè verranno a vedere il Chelsea, sottolineo questo, erano con il sedere al caldo davanti alla tv. Questi siamo noi: malati incurabili di una passione che non muore neanche quando il corpo muore. Perchè di Gabriele la tv e i giornali ne hanno parlato solo quando è morto o quando c’è stata qualche notizia eclatante, mentre gli Ultras della Lazio lo ricordano e lo onorano ogni domenica con uno striscione che espongono sempre, sia in casa che in trasferta.”

Parole incomprensibili per chi non appartiene a questo mondo, per chi non è stato mai, neanche una volta, per sbaglio ,in curva e non ha mai avuto modo di osservare il loro modo di vivere e sentire la partita, non ha mai respirato i loro fumogeni e non è mai stato assordato dagli input che il capo-ultrà conferisce attraverso il megafono.

Di certo non lo ha mai fatto l’onorevole Daniela Santanchè che con queste parole ha commentato la condanna di Spaccarotella: “Gli uomini delle forze dell’ordine anche se sbagliano non sono mai assassini”.

In alcuni casi, forse, un “no comment” risulterebbe una risposta maggiormente sensata, utile a raggirare con eleganza un argomento spinoso, piuttosto che addentrarvisi inciampando in imbarazzanti dogmi onerosi che la corrente politica di appartenenza impone di seguire e perseguire, in alcuni casi, perseverando, e questo appare essere proprio uno di quei casi.

Gli uomini sono uomini ed è insito nella loro essenza, nel loro codice genetico, commettere degli errori.
Le cause, gli effetti, le conseguenze, le motivazioni, gli alibi, le attenuanti, lo status sociale, il background, il livello socio-culturale, sono tutti fattori che non ledono l’essenza dell’errore stesso che, in quanto tale, va punito, soprattutto se da quel fallo scaturisce una tragica morte.

Le forze dell’ordine” sono i tutori dell’ordine e della legge, il cui compito è difendere i cittadini e in un esercito di “mosche bianche”, come in tutti gli ambiti capita, si mescola anche qualche “mosca nera”, che va estirpata per salvaguardare la credibilità e il buon operato della categoria, ma anche e soprattutto la sicurezza dei fruitori dei loro servizi: i cittadini.

Gli “ultras” sono tifosi che si riuniscono in gruppi organizzati per migliorare l’efficienza e la qualità del prodotto che mettono a servizio della squadra, anche tra loro esistono quelli che con la passione per il calcio non hanno nulla a che fare e, allo stesso modo, è cosa buona e giusta che vengano estrapolati ed impossibilitati a recarsi allo stadio, per non macchiare il buon operato di quei tifosi che vivono in funzione di quella passione e la vivono in maniera sana e costruttiva, ma, anche in questo caso, per tutelare i tifosi “semplici”, i cittadini comuni che si recano allo stadio in rappresentanza di sé stessi.

Ma, sarebbe bene, d’ora in poi, abbandonare i due pesi e due misure, troppo spesso adottati nel giudicare gli ultras e far si che la morte di Gabriele Sandri sia servita almeno da monito per imprimere nel buon senso comune una lezione importante: “il marcio” non appartiene a nessuna categoria assoluta, ma è onnipresente ovunque.

Luciana Esposito

 

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