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Prodigio


Laddove il sentimento umano riunisce gli elementi di una costante unica, quella della speranza che il futuro avveri di nuovo una qualsiasi causa di emozioni, aleggia lo spirito discreto e silenzioso che spinge dentro ogni umana percezione il mistero prodigioso delle cose.

Il Natale porta con sé una inevitabile malinconia. L’anno si chiude e lo strappo dell’ultima pagina svolazza lo spreco e le promesse. Il passato si consuma nell’incontinenza di un pasto lungo e costretto, versando un brindisi asciutto in un calice già proiettato verso il futuro, che non ci vede ancora chiaro, ma che ha chiare tutte le sue intenzioni. Vivere un altro anno diverso da quello trascorso, magari affogando meno in quello sperpero, per recuperarsi lucidi e più saggi, dopo che un altro anno ci costringa all’angolo delle dure ammissioni.

Mai nessuno ammette che in fondo l’anno finito non è mai finito, perché non è mai cominciato. Di quella monumentale misura del tempo che non esiste, che si assomma ai secoli, come filo di paglia e parola di un lungo e inconcludente discorso. È roba da malinconici, da nostalgici di quando erano bambini e Natale aveva la faccia del sollievo scolastico o il regalo sotto un albero che non era ancora la ripida vetta da scalare della vita adulta.

Un dio andava celebrato, non senza inquietudine e timori reverenziali. Un povero che sapeva di divino, un profeta, un rivoluzionario, un’eccezione. Gesù di Nazareth, presentatosi così alle eterne ribalte storiche in ossequio all’identità fatta di sangue e geografia, di quando contavano padre e provenienza. E così, secondo una leggenda divenuta legge ha riunito i secoli facendone un unico giorno.

Tra questi paradossi spazio temporali si sviluppa il nostro Natale, perché in fondo è un avvenimento programmato, combinato, chimicamente testato, quasi manipolato in laboratorio. Mischia tutto. I Vangeli, quelli buoni e quelli cattivi, le urla dei pescivendoli, le carte comunali per gli appalti alle luminarie, il sangue dei capitoni, il sorriso dei bambini, la messa, la bestemmia e la posteggia. Fa una poltiglia e ne nasce un inchiostro che scrive disastri e bellezza, anime festaiole e missionari, abbondanza e miseria. È la summa delle retoriche in bilico tra le verità assolute e le fandonie.

E me ne accorgo, quando, camminando per le strade della mia città, sento che tutto è già finito, consumato, stappato e bevuto, e che non ho fatto in tempo, e che per sopravvivere mi tocca sperare nel prossimo Natale. Perché Natale arriva per tutti, e non certo per fare del bene, ma soltanto per farsi cerchiare sul calendario illudendoci di aver confezionato un numero che fa sempre i conti pari con la coscienza.

Il Natale irrompe, spietato e irriducibile. Arriva pure per certi paesini che fanno presepe sul serio, che hanno l’anima di rudere e il freddo nelle vene. Sono quei paesi, che dispongono un presepe improvvisato e rabberciato, eppure da sempre lì a starsene male come peggio non si potrebbe. Sono tutte le abitazioni che dentro hanno un presepe, ma fuori ne hanno allestito un altro, in quella terra che fa dei dialetti un vestito alle montagne, incastrato in quelle rocce, sulle spiagge, tra le bocche da sfamare ai ritmi di questo tempo e le orecchie da nutrire ai suoni di quello che non è ancora arrivato. La piena contraddizione che intrappola l’uomo moderno e lo riduce a un essere da pascolo popolato da greggi reclusi e irosi.

Nelle mie strade le feste sembrano già passate. Le gioie di giornate che confinano un evento prima ancora che si verifichi, lo esauriscono in preparazione, come la grazie forzate di una vita che ci ha colti alla sprovvista. Così, sento muoversi i ciottoli malmessi di marciapiedi che sono calpestati da viandanti troppo occupati nei conti da pagare per accorgersi che il Natale è gratis e conta su un’idea di un dio che pare, a suo tempo, non abbia badato a spese per regalarci una convinzione che non fosse vendibile ma spendibile per tutti.

Tutto dalle mie parti è appeso, sconfitto, con la faccia rivolta in basso, le guance invecchiate, le labbra screpolate da racconti di vecchiaie venute su alla meno peggio, e degli ultimi partigiani che hanno smarrito la rivoluzione nella loro resistenza rimpianta. Adesso, l’unica resistenza è quella delle luci appese a un filo, come la vita che da queste parti si illumina ad intermittenza.

Vedere questa erranza, vedere questa folla razionale scaraventarsi in silenzio nella mischia di strade deserte, fare ressa attorno a un niente che la vuole agitata e ferma sullo stesso punto, magari una vita intera, e senza un Natale ad aspettarla.

Vedere tutto questo è guardare il mio Natale, che ha il profumo delle friggitorie abusive, il pesce venduto caro e pescato a basso costo. Un nastro consumato impacchetta tutto e lo spedisce a un destinatario sconosciuto. Forse siamo noi, che dovremmo uscire da questo presepe cavernicolo, dai tratti preistorici, dal gusto primordiale, devastato dal vuoto e riempito di nulla. Uscire dalle nostre case che fanno scena e non ce ne accorgiamo. Smettere l’uso obbligato di questa modernità. Avvicinarsi agli interruttori che da un secolo, questo secolo sbagliato, abbiamo nascosto alle dita coraggiose. Premerli, tutti, uno per volta. Così, da ogni abitazione, nella patria del presepe, continuarne uno che diventi nazione, che passi lungo le coste del Tirreno, si appoggi alle montagne, sorvoli il Vesuvio e riscaldi un mare che ospiti i parti delle balene. Guardarlo meglio stavolta, questo presepe, tutto illuminato, almeno una volta. Accorgersi che è il più bello del mondo e che, ci nasca o meno un dio, il prodigio è già compiuto.

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