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Cronache di una bandiera


Si torna in Brasile. Per chi Assist la legge, si può pure cominciare così. E favoriamolo, almeno una volta, il Lettore abituato alla sopportazione, o almeno curioso di scoprire dove vuole andare a parare lo scrittore che si ostina a ripetersi, sempre sullo stesso argomento, e ripete, e ripete, scrivendo parole diverse per le sue idee gemelle. Non pensate che la fantasia del narratore sia così smisurata come l’immaginario del paziente Lettore impone alla sua garbata e notevole cortesia. Lui, lo scrittore, scrive, ripetendo sempre la stessa operazione, illudendosi che le cose si manifestino in modo diverso, ma in fondo a cambiarle è più il modo di raccontarle, che quello antico e remoto dell’accaduto.

Affidiamo dunque questo racconto, fin dove possibile, allo sforzo di ricordarsele così come sono andate, le cose. Fingiamoci davanti ai tavolini di un vecchio bar di periferia, laddove si conoscono tutti, e uno dei presenti, a tarda ora, si alza per raccontarlo, un episodio che nessuno sa, ma che da domani sarà sulla bocca di tutti. D’altronde, qualcosa dovrà pure far tenerezza a questo mondo di patetismi perfetti.

Si torna in America latina, dicevamo, in Brasile, e si torna a Tangarà, l’insediamento dove imparai che significa avere tra le mani il pallone del calcio di rigore decisivo.

Ci torniamo un po’ per nostalgia, d’obbligo nel Brasile d’ogni altrove, e ci torniamo pure perché l’episodio merita di essere raccontato. Ricordo che quel giorno avevo parlato ai miei amici sem terra quello che poche settimane prima avevo visto. La rimozione forzata di un accampamento provvisorio, a cento chilometri proprio da Tangarà. Le baracche erano state bruciate, le tende distrutte, e con i contadini più anziani ancora seduti per terra, gli avvocati delle entità di salvaguardia discutevano con la polizia per sapere come regolarsi, e soprattutto come tirare fuori dalla galera i senza terra che si erano opposti all’intervento dei militari. Era poco che io stavo là, e di portoghese capivo ancora meno di dieci parole. Chiesi a un mio amico che parlava italiano di spiegarmi cosa fosse accaduto e cosa teneva banco tra le dispute verbali tra gli avvocati e i poliziotti.

Era successo che alcuni degli arrestati erano già stati portati via, e che se avessimo voluto liberarli, sarebbe stato il caso di andare al commissariato e discuterne col capo della polizia locale. Così fu, e andai anch’io. Quando arrivammo in caserma, solo agli avvocati fu consentito di entrare, per parlare con la polizia sui tempi di scarcerazione dei contadini arrestati durante i disordini. Dopo circa mezz’ora, i legali dei senza terra ci dissero che presto sarebbero stati rilasciati, ma non dopo gli accertamenti e le procedure di rito. Uno dei poliziotti, in accampamento ci aveva detto, senza molti giri di parole, che a loro non piaceva arrestare i contadini. Era un problema politico, non della polizia.

Dopo alcuni minuti, avuto successo la mediazione, lasciammo il commissariato, per recarci nell’accampamento più vicino e dare la buona notizia ai familiari dei sem terra trattenuti. La moglie di uno di loro ci disse a gran voce che la lotta, la luta, non si sarebbe fermata, anche se li avessero tenuti dentro per anni.

Quando a Tangarà terminai il mio racconto, mi guardarono tutti come se avessi detto una cosa normale. Solo un ragazzo m’interruppe, dicendomi “Resta ancora con noi. Con te ci sentiamo sicuri, con te qui la polizia non arriverà mai. Ma adesso la facciamo una partita?” Sembra scontato, ma a Tangarà il pallone era il rifugio e l’evasione di quei ragazzi, e non era affatto noioso prendervi parte di frequente. Uno aveva una bandiera, che spesso si portava dietro. Mi chiese di scattare qualche foto, con la bandiera sem terra e quella brasiliana. A un certo punto un ragazzo più grande lo ammonì, perché l’aveva visto avvolgersi nella bandiera usandola a mo’ di mantello. “La bandiera davanti”, gli disse, e rivolgendosi a me, “A noi sem terra non piacciono i supereroi. La bandiera non è diversa per chi la porta. È sempre bandiera. È uguale per noi, per un poliziotto e per un altro uomo. Anche se siamo ragazzi e non ci lasciano fare le cose pericolose, anche se passiamo molto tempo in mezzo ai campi e giocando al calcio, la bandiera è sempre la bandiera.” E la piegò, consegnandomela qualora m’avesse fatto piacere scattare qualche foto anche a lei. “Tieni, la bandiera è pure tua, anche se non sei brasiliano e non sei un senza terra.” Lo guardai e per lui provai grande ammirazione, ma non glielo dissi. Avevo capito che a quel popolo piaceva dirle agli altri le cose belle, e non farsele dire dagli altri.

Adesso mi ricordo pure di un aneddoto diventato famoso nella Storia del Calcio. Bill Shankly, allenatore del Liverpool, nel 1973, durante un giro di campo per celebrare la vittoria di un campionato, rimproverò un agente di polizia che aveva gettato via una sciarpa lanciata dalle tribune. “Non farlo, per te è solo una sciarpa, per un ragazzo rappresenta la vita.” Poi raccolse la sciarpa e se la legò al collo. Siccome nei paraggi c’era un microfono, le sue parole furono subito diffuse nello stadio in delirio.

Invece le parole di quel mio amico brasiliano non trovarono nessun microfono a diffonderle. Ma mi ricordo che un’altra cosa mi fu chiesta quando lasciai l’accampamento. “Non preoccuparti mai di noi, ma quando potrai, torna presto. Se ti sarà possibile, racconta il nostro calcio senza dollari e senza tribune, e racconta Tangarà.”

sebastiano di paolo, alias elio goka

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