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Il dovere del privilegio


Sono africano. Lavoro in Europa da molti anni. Come cittadino sono africano, ma come lavoratore non ho nazione. Passo da una clandestinità all’altra, attraversando frontiere e decreti come la farfalla fa di fiore in fiore. Sono laureato, ma la mia origine m’impone i mestieri peggiori. Devo mantenere due fratelli e mia madre. Come la mia mille e mille altre storie si somigliano. Sono un esempio di banalità planetaria. Un tempo avevo una nazione perduta  insieme ad altre in un continente. Adesso sono girovago clandestino tra nazioni che cercano di recuperare a tutti i costi il proprio di continente.

Faccio il manovale, il contadino, l’operaio e tutto quello che nei limiti della legge mi permetta di guadagnare un soldo. Ovunque approdi alloggio in una stanza con almeno altre sette otto persone. Il mio sonno è due metri quadri, il risveglio è il mondo intero. Parlo quattro lingue, ma credo che presto ne imparerò un’altra. Vivo la strada e la discrezione, la miseria che mi porto dietro dal mio paese lontano e il sollievo di una birra con un amico, se lo rimedio, sennò faccio i conti con la solitudine del viaggio e la compagnia della sosta. La strada mi procura tutto, nel bene e nel male.

Sono africano, ma potrei essere americano, asiatico, oppure europeo. Come me lo sono stati molti cittadini dei paesi che adesso mi ospitano loro malgrado. Come me furono i padri dei figli che mi respingono. Come me fu il mondo, e come me lo sarà ancora. Vengo dalla guerra, che dalle mie parti di tanto in tanto s’interrompe, ma poi riprende e molti altri come me fuggono via per cercare fortuna altrove, sottrarsi alle milizie e guadagnare qualche soldo da mandare alle famiglie.

In Africa il calcio è povero, ma significa molte cose. È legato alla politica, alle guerre e alla povertà, ma è una parola più giocata che ripetuta, è più sperata che discussa. A volte hai la sensazione che sia come una creatura che sembra fare di tutto per insinuarsi nei giochi dei grandi insegnando loro che le sue regole potrebbero essere la ricetta per l’equilibrio e la pacificazione. In passato hanno sparato anche a professionisti, hanno rapito i loro parenti, o ucciso intere formazioni di squadre nazionali. Per questo dalle mie parti lo giocano quasi tutti, ovunque la fame e la guerra lascino spazio per altre cose. E così facevo io, prima di partire.

Adesso mi trovo in Italia. Paese ostile e insieme ospitale questa terra che di calcio ne ha respirato parecchio. Alloggio in una casa piccola, con due stanze e un bagno, insieme ad altre sette persone. Tutti africani, come me. Abbiamo pure un televisore, e la sera, dopo il lavoro, aspettiamo di vedere la partita. Qui il campionato puoi seguirlo in santa pace, senza il pericolo che la guerra lo interrompa.

Un mio amico mi dice che stasera la partita non ci sarà, che i calciatori hanno deciso di scioperare e quindi di non giocare. Ma non sa spiegarmi perché, non ha capito bene la notizia. Hanno detto che non si gioca mi ha detto. Allora esco per provare a telefonare a casa mia, in Africa. Riesco a prendere la linea da un telefono pubblico e a parlare con mia madre. Mi dice che la situazione è tesa, che il governo sta per cadere e che hanno paura di un’altra guerra civile. Chiedo dei miei fratelli. Lei mi rassicura, dicendomi che stanno bene, e che quasi tutti i giorni vanno al campo di calcio vicino casa, dove il governo prima di quello attuale aveva fucilato un bel po’ di dissidenti. Ci vanno perché hanno tempo e non vogliono sprecarlo. La squadra dove giocano non li paga da un anno. I dirigenti sono fuggiti e non hanno dato più notizia. Ma loro continuano ad andare ad allenarsi e a giocare quando l’avversario si presenta.

Prima di partire dissi a mio fratello maggiore di partire con me, perché nostra madre si sarebbe sentita più tranquilla con un figlio in meno tra i fuochi della mitraglia. Lui invece mi disse che si sentiva fortunato, avvisandomi che in fondo io stavo lasciando la famiglia perché nel mio paese di lavoro non avrei mai trovato. Mi disse una cosa che ancora me la ricordo. Il calciatore professionista, ovunque nasca, è un privilegiato, perché della sua dote può farne un mestiere. È come l’artista riconosciuto, che non deve abbandonare la propria vita per cercarne un’altra.

sebastiano di paolo, alias elio goka



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