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L’equatore del pallone


Bata, Guinea Equatoriale, Africa.
Quasi ogni giorno passavo davanti a un campo di calcio dal manto erboso incolto e impraticabile. Era il terreno di una squadra della quale non seppi mai il nome, e dove, di fronte al mare, si allenava un gruppetto di giovani calciatori. Erano i ragazzi di una squadra immaginaria, che lì restava per tutta la settimana, domeniche comprese. Mai una partita, mai un’amichevole, nemmeno un partitella fra compagni. Soltanto allenamento.

Passavo di lì al mattino presto, dopo pranzo, nel pomeriggio, e loro erano sempre lì ad allenarsi. Una volta ero senza jeep, e allora presi un taxi. Quando passai davanti al campo feci un cenno al taxista, come a chiedergli “chi sono? Per chi giocano?” e lui mi guardò come per dirmi “non lo sai? Si allenano, giocano al calcio”.

Trascorrevano i giorni, le settimane, e la mia curiosità riservava uno spazio oramai quotidiano a quello stacanovismo calcistico. Quel campetto non sembrava mai vuoto. Solo a tarda sera si svuotava, nell’ora degli atleti professionisti che vanno a dormire presto, in quell’ora quando gli scrittori d’altri secoli se andavano in giro per le strade a cercare storie da raccontare, o all’ombra nera di un lampione in mezzo alla nebbia di una città europea, oppure nell’afa gravosa di una metropoli sudamericana. Ogni professionista dei calvari della bellezza ha le sue ore in cui tormentarsi nel riposo dalle fatiche fisiche iniziando quelle del pensiero.

Al mattino successivo li ritrovavo ad allenarsi, con un’abnegazione che sembrava essersi impadronita di loro come un demonio s’impossessa del corpo di una vergine. Quegli allenamenti erano un presidio del rigore, un avamposto della fedeltà incondizionata. A chi si fermava a guardarli impartivano la lezione dello zelo. Quella squadra di calcio si muoveva dentro un ago magnetico disposto al centro di una rosa dei venti. L’ovest e l’est stendevano il mio inutile percorso quotidiano, il nord era l’oceano e il sud era la mia sosta d’ammirazione.

Passava il tempo, ma non riuscivo ad avere notizie su che scopo avessero quei calciatori. Perché si allenassero così tanto e senza fermarsi, pur non dovendo giocare partite vere. Dopo più di un mese, una domenica venni a sapere che il governo guineano stava lavorando ai preparativi per la Coppa d’Africa, che si sarebbe svolta proprio in Guinea Equatoriale. Si costruivano stadi, strade e alberghi, per accogliere l’evento che avrebbe dato lustro al nuovo piccolo impero africano. Chi non era con il governo era contro il governo. Molti ragazzi restavano fuori dal giro del calcio guineano se non erano arruolabili dalla politica.

Quello stesso giorno, a un posto di blocco che chiudeva la strada, la polizia militare mi disse con entusiasmo che si stava svolgendo un’attesa amichevole tra la Nigeria e la nazionale guineana, nello stadio di Bata, laddove poche settimane prima, il figlio del presidente dittatore, riconfermato alle elezioni, aveva, durante un comizio, lanciato banconote alla folla acclamante.

Dopo aver offerto da bere a quei militari, tornai indietro e me ne andai a guardare l’allenamento di quei ragazzi che, come molti altri, erano rimasti fuori dai giochi guineani, dalla gloria e dalle occasioni. Mi fermai cinque minuti fissandoli, appoggiato alla jeep e con le gambe incrociate, come gli osservatori che, dopo aver notato il giovane campione, gettano la sigaretta e telefonano il presidente di una società.

Io non avrei potuto telefonare per loro o sponsorizzarli, ancor meno avrei potuto procurar loro la tanto attesa partita, se non guardarli, fingendomi tifoso allo stadio, o come si fa al cospetto di un orizzonte irripetibile. E per pochi minuti soltanto, non di più, perché mai avrei potuto navigarvi, in quel mare di vigoria spirituale.

Mille tempeste tormentano i luoghi delle passioni umane. Frequentarle senza aderirvi sarebbe un insulto. Osservarle e ammirarle da lontano è il più dignitoso degli avvicinamenti.

Quei ragazzi s’erano innamorati del calcio, ma il calcio non s’era innamorato di loro. Dunque decisero di accontentarsi, abitando il pallone a forma di quel mondo che sadicamente concede dimora alle derelitte creature.

sebastiano di paolo, alias elio goka