Lo ammetto. Anzi, lo confesso. Non passa mese senza che, in un pomeriggio assolato, mi precipiti su YouTube  a riascoltare la telecronaca di quella partita memorabile, a guardare quelle immagini che, ogni volta, mettono i brividi.

Lo ammetto. La partita all’ora di pranzo è e rimane un’esperienza difficile da mandare giù, senza battute. Mettersi davanti al televisore alle 12 e 30 in punto fa strano, nessuno lo può negare. C’è chi ha già la tavola imbandita e fa seguire il pranzo a ritmo della partita. C’è chi si è appena svegliato e, prima di pronunciare parola alcuna, si precipita davanti allo schermo, ricordandosi giusto in tempo che la lega ha deciso di far giocare gli azzurri in quell’ora così bizzarra. C’è chi la partita la segue per la sua interezza, con buona pace delle continue lamentele da parte della moglie e delle figlie. “Sempre e solo il calcio, solo di questo si vive in questa casa!”. E ci credo, con un Napoli così.

Il 3 aprile 2011 il sole ha fatto capolino con una prepotenza quasi estiva. Forse anche lui voleva partecipare alla festa. Nonostante l’orario (le nostre digressioni bastano e avanzano) il San Paolo, manco a dirlo, era pieno. Non come un uovo. Di più. Quel giorno, con un sole così, non poteva andare in scena una normale partita. E spettacolo fu.

Di Napoli-Lazio rimarrà per sempre l’immagine dell’abbraccio collettivo tra la squadra e il popolo azzurro, lì, sotto la curva A, dopo il rilancio di De Sanctis, la spizzata di Lucarelli, l’assist di Mascara, e il pallonetto di Cavani. Dimenticavo, anche Muslera provò a toccare la palla, e in effetti la toccò davvero, ma non fece altro che rallentare la corsa di quella sfera diretta inesorabilmente verso la rete. E via con la festa.

Eppure la partita non era cominciata nel migliore dei modi, anzi potremmo dire, in perfetto stile british, stava andando davvero una schifezza. 2-0 per gli ospiti biancocelesti, porta stregata e gufi in azione. Poi, chissà dopo quale grande allisciata di corno rosso, in perfetto stile partenopeo, il destino si volta dalla parte giusta. L’azzurro, questa volta, non è quello mescolato con il celeste. È azzurro e basta. È azzurro Napoli. E allora ci pensa Dossena a rimettere tutto in gioco. Dopo qualche minuto è Cavani a pareggiare i conti. Ma è solo il preludio. Sfortuna vuole che Aronica, in estremo atto difensivo, mandi la palla proprio alle spalle di De Sanctis. 3-2 per gli ospiti, gufi in tripudio e cornicelli ancora in azione.

Basta aspettare pochi istanti per osservare capitan Cannavaro proiettato in aria di rigore, in perfetto stile attaccante. Il penalty c’è tutto, anche l’espulsione diretta. Cavani, in perfetto stile Matador, fa il resto.

Ciò che accade dopo la cronaca di questa già fin troppo trepidante partita sconfina nella leggenda. Qualcuno direbbe nella Storia. Come dire di no. Perché quel pallonetto del Matador riuscì a contenere al suo interno tutti i desideri più sfrenati di un popolo che, solo allora, si rendeva conto di essere vivo, e si beava del miracolo di essere in quello stadio. Quell’abbraccio, quel mucchio azzurro quasi selvaggio, si confondeva al meglio in uno stadio che dall’alto avrebbe potuto apparire come la sede di un Carnevale millenario. Una festa folle nella sua breve vita, che ha dato una soddisfazione grande quanto un campionato.

Di Napoli-Lazio rimarrà il ricordo di quell’abbraccio azzurro, gli occhi chiusi per non vedere il rigore di Cavani, l’esultanza al 4° gol insieme a mio padre che, incurante del piatto caldo a tavola, aveva prontamente raggiunto lo schermo. Di Napoli-Lazio rimarrà la sensazione di uno Scudetto davvero alla nostra portata. E va bene lo stesso se, alla fine, sono stati i rossoneri a trionfare. Noi, quel giorno, c’eravamo. E abbiamo goduto come matti.

Raffaele Nappi

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