Ogni volta che un uomo agisce secondo metafore e allegorie non del tutto approvate dalla morale comune, egli diventa inevitabilmente un equilibrista della sua vita, laddove il filo è l’arduo sentiero che la sua indole, coraggiosa e sprezzante, percorre sotto lo sguardo attento e smaliziato del pubblico, che ne aspetta talvolta una ridicola e rovinosa caduta o che improvvisamente è pronto ad applaudirlo se giunge incolume e vittorioso dall’altra parte della corda. È in scale di sobbalzi e intimi timori, l’assolo puro e incondizionato dello spirito che asseconda la sua natura senza che nessuno vi faccia ingresso per dirigerlo verso sgraditi altrove. E quante risse egli ingaggia con la regola e l’errore. Del resto, come diceva Georges Duhamel nella Cronaca di Pasquier, “L’errore è la regola; la verità è l’accidente dell’errore”. E allora, è nel tragitto del ritorno a casa che la folla è costretta a riflettere sull’avventatezza del giudizio, su chi lassù ci è salito e ha corso lentamente sulla linea precaria che il destino gli ha assegnato. Ce lo ricorda pure il calcio, con gli anni che furono di Gigi Meroni.

Luigi Meroni è stato un calciatore che ha militato con Genoa e Torino negli anni ‘Sessanta. Avendo perduto il padre quando aveva solo due anni, è stato cresciuto da una madre costretta ad affrontare notevoli disagi economici per allevare Gigi e altri due figli. Da ragazzo Luigi Meroni, che non sa se un giorno potrà fare il calciatore, lavora come disegnatore di cravatte e ha un amore particolare per la pittura, passione che lo ha accompagnato per tutta la sua vita.

Dopo aver giocato con le giovanili del Como, viene ingaggiato dal Genoa, dove subito dimostra di possedere un talento fuori del comune. Dopo una squalifica di un mese per non aver consegnato la provetta dovuta per un controllo antidoping, nel 1964, per quasi mezzo miliardo viene comprato dal Torino di Nereo Rocco, società ancora traumatizzata dalla tragedia di Superga, dove in un incidente aereo morì una delle squadre italiane più forti di tutti i tempi. La cessione al Torino scatena l’ira dei tifosi genoani, al punto di indurli anche a episodi di violenta contestazione.

Nel frattempo, Gigi inizia a incantare la serie A, col suo gioco elegante e tecnicamente ammirevole, tipico delle grandi mezz’ali degli anni ‘Sessanta. Il numero sette dietro le spalle gli procura subito un prestigioso accostamento a George Best, dal quale il talento comasco sembra aver appreso anche lo stile indomito e irriverente fuori dal campo. Meroni diventa presto un’icona della contestazione. Non nega le sue simpatie per le teorie anarchiche, dipinge, ascolta la musica preferita dai movimenti studenteschi e dà continua dimostrazione di non volersi piegare ai rigidi pregiudizi conservatori di quel periodo. In breve tempo, la “Farfalla granata”, così viene soprannominato, passa alla cronaca sia come grande promessa del calcio italiano, ma anche come simbolo politico, soprattutto a causa dei suoi reiterati e pittoreschi comportamenti. Celebre è l’aneddoto che lo ha visto in più occasioni girare in città con una gallina al guinzaglio.

Ma Gigi è una personalità molto più complessa e forte di quanto sembri da più frivoli episodi. Quando riceve la sua prima convocazione in nazionale, gli viene imposto di tagliarsi i capelli, ma Meroni non acconsente e rifiuta la convocazione, giocando ugualmente, poi, i Mondiali del 1966 in Inghilterra con l’Italia allenata da Fabbri.

Il numero sette granata è un ragazzo che oltre a dimostrare una particolare sensibilità, viene definito dal giornalista Luigi Gianoli “un ragazzo laconico e intelligente, disinteressato e privo di invidia, completamente diverso dagli abatini e dagli impiegati del calcio moderno”. Meroni fa parlare di sé anche per la sua vita privata, a causa di una discussa relazione con Cristiana Uderstadt, una ragazza che lavora presso un luna park di Genova e alla quale Gigi porta ogni giorno una rosa, fin quando la ragazza del tiro a segno non decide di rinunciare al suo matrimonio per cedere alla lusinghe del calciatore. Cristiana, così, va a vivere con Gigi nella sua mansarda che affaccia sul Po.

Intanto, la Juventus offre al Torino una cifra altissima per quei tempi, per cercare di portare nella sua rosa il giovane campione. Il presidente del Toro, Orfeo Pianelli, che avrebbe voluto vendere alla Juve il suo talentuoso calciatore, è costretto a rinunciare all’affare, a causa di un’autentica insurrezione popolare. I tifosi del Torino sono troppo affezionati a Gigi per vederlo con la maglia dei rivali storici. Così, Gigi Meroni, in barba alle lussuose lusinghe bianconere, resta al Torino, al fianco dell’amico attaccante, Nestor Combin, argentino, col quale forma un tandem di indiscusso livello.

Nel 1967, a San Siro, Meroni segna all’Inter un goal che entrerà nella storia del calcio italiano. Un pallonetto imparabile toglie ai nerazzurri del “Mago” Herrera un’imbattibilità fino a quella partita durata tre anni. Il “Best italiano” è ormai consacrato come campione invidiato da tutte le altre compagini del campionato tricolore.

Nell’anno della storica rete all’Inter, la sera del 15 ottobre, Gigi Meroni, insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti, attraversa la strada in corso Re Umberto, a Torino. Una Fiat 124 coupè travolge Gigi sbalzandolo dall’altra parte della carreggiata sotto le ruote di una Lancia Appia. Per Meroni, che riporta gravi fratture e un forte trauma cranico, non c’è niente da fare. La vita e la storia della Farfalla granata finisce lì, a soli ventiquattro anni, in quella sera di ottobre. Come Samuel Bellamy, pirata anarchico del Settecento, che mai nessuno riuscì a fermare, all’età di ventinove anni fu affondato da una violenta tempesta, così Gigi Meroni, anarchico ribelle del calcio italiano, cade ad opera della malasorte.

Alla guida della Fiat 124 c’è il giovane Attilio Romero, tifoso granata e ammiratore di Meroni. Attilio Romero, nel 2000, trentatrè anni dopo quella sciagura, diventerà presidente del Torino calcio, e sotto la sua guida, dopo cinque anni, il Torino va incontro a gravi disavventure finanziarie.

Ai funerali di Gigi Meroni migliaia di persone si affollano per salutare il campione, che anche dopo la sua scomparsa è costretto a subire ipocrite polemiche. La Chiesa critica aspramente il cappellano don Francesco Ferraudo, che celebra con rito religioso i funerali di Meroni, tacciato dai sacerdoti di essere “un pubblico peccatore”, a causa della sua convivenza con una donna sposata. Il quotidiano La Stampa, di proprietà della famiglia Agnelli, proprietaria anche della Juventus, sostiene lo “sdegno” degli “scandalizzati” prelati, formando un movimento di opinione per chiedere provvedimenti disciplinari contro don Ferraudo.

La settimana dopo i funerali di Gigi, il Torino gioca il derby contro la Juve, su un campo che vede la fascia destra, quella di competenza di Meroni, tutta ricoperta di fiori. Il Torino segna quattro goal alla Juve, registrando il più grande risultato in un derby dopo la tragedia di Superga. E Meroni, per strana sorte, non aveva mai vinto una stracittadina. Il quarto goal marca la segnatura del giovane Alberto Carelli, successore di Meroni e nuovo numero sette del Torino. Come era stato per la perdita del grande Torino, adesso i granata sono di nuovo costretti al lutto e a una sua ennesima paradossale elaborazione.

Forse, a tal proposito, vale la pena ricordare che il pilota dell’aereo che il 4 maggio del 1949 si schiantò contro il terrapieno della Basilica di Superga, si chiamava Pierluigi Meroni.

Nonostante la cattiva sorte abbia riservato a Gigi Meroni un epilogo così brutalmente prematuro, non sarebbe cosa errata pensare che la Farfalla granata, in una notte lontana dai clamori, sia sceso cautamente dalla sua corda precaria, dedicando le sue doti di raffinato equilibrista ad altri percorsi, ad altre ragazze del tiro a segno e a qualche altrove a lui più gradito e congeniale, a dispetto di severe e superflue imposizioni. Come ha scritto Fernando Pessoa, “Non ci sono norme. Tutti gli uomini sono eccezioni a una regola che non esiste”.

 

sebastiano di paolo, alias elio goka

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