Se dovessi tirare la linea di una somma, tracciando la separazione tra le operazioni e il risultato di un bilancio, rispetto ai miei primi anni di calcio e a quelli di oggi, forse essa coinciderebbe con l’addio all’infanzia e il benvenuto alla giovinezza. Già, perché il calcio, come ogni cosa che ha a che fare con l’uomo, è irrimediabilmente cambiato, confuso in un marasma di cose che in parte poco lo riguarderebbero se si fermasse per un solo momento a pensare e a pensarsi, così, in improvviso imbarazzo davanti allo specchio, come un attore popolare che ha smarrito la dignità artistica, in origine votata al buon gusto e alla dignità estetica, e adesso alla mercè di qualsiasi cosa pur di ottenere compenso e celebrità.

Chi vi scrive è troppo giovane per afferrarne uno consistente, di pezzo di calcio che si possa frammentare su un tavolaccio per capire quale pietra tenersi cara e preziosa e quali scorie liberare al vento e alle sue imprevedibili e commiserevoli direzioni. Posso solo appellarmi, perché oltre rischierei l’insulto, a come ricordo i miei primi avvicinamenti al futbol, quasi come fa il bambino quando si avvicina al coetaneo per fare amicizia e con timidezza va a caccia del pretesto per liberarsi della timidezza e dedicarsi alle manovre di “seduzione”.

Ho iniziato a seguire il calcio quasi all’improvviso. Ricordo che fu un trauma, un impatto di mille ebbrezze che mi spinse in un baleno a capire che c’era un’altra cosa nella vita, che, se avessi detto sì al suo fragoroso appello, un altro impegno, un profano e caloroso inganno mi avrebbero per sempre catturato nella morsa delle cose che arrivano e non se ne vanno più. Un linguaggio sporco e triviale, sopra le più incontrollabili e irrazionali pulsioni, avrebbe contribuito all’educazione del mio pensiero. Pazienza, se così è andata per condurmi a un nuovo altrove conosciuto subito in piccola età. Ma il calcio dei miei primi tempi non era come lo guardo adesso. Mancavano tanti di quegli artificiosi strumenti che, oggi, te lo fanno vivere come una tribuna politica sovraffollata di brutti ceffi e frequentata da mannequin che di pallone ne hanno visto e giocato poco o per nulla.

Allora, voltandomi per un istante indietro, che di tanto in tanto non guasta, risalendo ai miei primi ricordi, mi torna in mente che quando non andavo allo stadio o non ero per strada a giocare, il calcio aveva l’odore di quattro mura, della mobilia, di inutili ninnoli, o di due fogli di carta scarabocchiati di uno ics due, fissati per tutti i novanta minuti trascorsi ad ascoltare la radio. Oppure me ne andavo in bicicletta, con la radiolina nelle orecchie, per le strade semideserte dei pomeriggi domenicali. Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, il mio primo calcio portava con sé un armamentario che oggi sarebbe un po’ demodè. E non è che sia passato chissà quanto tempo. Ecco che provo a guardare ancora più indietro, risalendo per luoghi lontani e d’altri tempi, di quando certi poeti rendevano giustizia, forse pure oltre misura, alle fattezze dell’uomo e ai suoi nobili tentativi di coniugarle in forza popolare destinata a durare nei secoli.

Di recente, Rai Libro ha dedicato un omaggio letterario al poeta Umberto Saba, “raccontando”, attraverso articoli e vecchi filmati di repertorio, le sue “Cinque poesie sul gioco del calcio”.

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli, è nato nel 1883 a Trieste, da madre ebrea e padre veneziano. Il padre, Edoardo, nel 1882, fu costretto dall’Impero Asburgico, ad abbandonare la sua città d’origine a causa della sua nazionalità e delle sue appartenenze irredentiste. Umberto fu quindi cresciuto da una balia slovena, Gioseffa Gabrovich Schobar, soprannominata “Peppa” e conosciuta anche per un secondo nome, “Peppa Sabaz”. Peppa, avendo perduto suo figlio, riversò su Umberto Poli tutte le attenzioni e gli affetti di una madre, allevando per circa tre anni il piccolo Umberto. Addirittura, lo stesso Umberto subì un forte trauma, quando la madre decise di dedicarsi a lui, sottraendolo in parte alle cure di Peppa, alla quale il bambino era molto affezionato.

Cresciuto tra alterne vicende scolastiche, Umberto iniziò ad appassionarsi alla letteratura durante gli anni dell’università. Nel 1907, nonostante fosse residente nell’Impero Austrungarico, dovette partire per Salerno, iniziando a prestare lì il servizio militare che a causa della sua cittadinanza italiana non aveva potuto evitare. Da questa esperienza nascono i suoi celebri “Versi militari”, e il suo primo volumetto di poesie sarà poi pubblicato dopo il 1910. Ha successivamente collaborato con Il resto del Carlino, e, nonostante fosse restio alle adesioni politiche, scrisse pure per il Popolo d’Italia, diretto da Benito Mussolini. Nel 1918 cadde in una grave crisi psicologica, e successivamente, dopo un ricovero presso l’ospedale militare di Milano, fu curato da Weiss, allievo di Freud. Intanto, la critica letteraria si andava poco a poco accorgendo di lui e del suo talento poetico. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, fu costretto a fuggire a Firenze, nascondendosi, con la moglie Lina e la figlia Linuccia, in diversi appartamenti dove il poeta Montale, che già aveva ospitato suo padre Edoardo, andò spesso a trovarlo, onde aiutare un amico e una figura a lui molto cara. Dopo la guerra, Einaudi lo pubblicò, legittimando, ormai, uno dei più raffinati poeti della letteratura di inizio Novecento. Oltre che di una scrittura di notevole qualità, Umberto Poli si contraddistinse per la complessità e, al tempo stesso, essenzialità caratteriale, che gli procurarono non pochi disagi a causa dei suoi tormenti interiori. Una grande sensibilità emerge dai suoi versi, opere poetiche di uno scrittore che, caso ha voluto, abbia scelto uno pseudonimo, “Saba”, anche in omaggio alla figura della vecchia Peppa, che in ebraico significa “Pane”.

Umberto Saba è stato tra i grandi poeti ad aver scritto di calcio e sul calcio. In un video della Rai, dell’anno 1954, quando la televisione pubblica iniziava a trasmettere i primi programmi di una TV appena nata, il poeta legge quattro delle sue poesie raccolte nelle “Cinque poesie sul gioco del calcio”. Davanti ha una caffettiera e la sua voce sembra provenire da un corpo che in quel momento non è lì, dislocato in un luogo sconosciuto dove una presenza sobria e discreta, impartisce, con garbo e rigore, affettuose lezioni di poesia, attraverso dei versi che fermano, in un’istantanea color seppia, i momenti più significativi del gioco del calcio. L’attesa della folla, il gol, la resa del portiere, lo sguardo onesto e consolatorio del difensore e la violazione della rete. Attraverso una scrittura “umile” e votata alle melodiche suggestioni del silenzio, Saba istruisce la scena dell’azione calcistica intrappolando nei suoi versi tutto l’immaginario epico e umano del gioco del calcio, con l’unica soluzione di non privare l’immagine della libertà poetica, ma ordinando, in una scena colma di malinconica felicità, i personaggi e i dettagli di una mischia asciugata dalla brutalità, e del tutto compunta e rasserenata, affidata all’oblio “realistico” dei ricordi e dell’immaginazione.

Il primo poeta celebre ad occuparsi di calcio era stato Giacomo Leopardi, con la sua canzone, scritta nel 1821, e dedicata a Carlo Didimi di Treia, un campione del gioco del pallone col bracciale – un antenato del gioco del calcio, ma non va confuso con il calcio – che, successivamente, allo sferisterio di Forlì (luogo dove avvenivano i giochi del pallone, e che si trovava anche in altre città italiane. Tra queste, Napoli), avrebbe stabilito un primato storico nel gioco del pallone. Leopardi ha dedicato una canzone a questo personaggio sportivo dell’epoca, per sottolineare l’aspetto mitico dell’impresa sportiva, proprio come, dopo di lui, altri letterati avrebbero scritto. E Umberto Saba è stato tra i più efficaci a rappresentare le venature poetiche di una disciplina sportiva destinata a diventare popolare e sentita quasi quanto la politica. Però, mentre Leopardi aveva denunciato, nella sua canzone dedicata a Carlo Didimi, l’ignavia popolare, Saba coglie il coinvolgimento “positivo” dell’attenzione sociale.

Del calcio, Saba ha scritto – riporto solo dei frammenti -: “È il gioco più popolare, ed è quello dove si esprimono al meglio le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma attorno quegli undici fratelli che difendono la madre è così accesa da lasciare incancellabili impronte di chi ci è vissuto dentro. Che dire poi di quello che succede quando una squadra riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta al danaro), e rinnova, sotto gli occhi dei cittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?”

Nella poesia “Goal”, Saba scrive versi che sono una prescrizione di civiltà. “Pochi momenti come questo belli, a quanti l’odio consuma e l’amore, è dato, sotto il cielo, di vedere.”

Nel film documentario “L’Amoroso Spina”, del 1954, di Vieri Bigazzi, vi è l’unica apparizione televisiva di Umberto Saba. Nello stesso anno, come già accennato, nasceva la televisione italiana. Oggi il calcio è quasi tutto televisivo, e se non fosse per la passione popolare – per questo sarebbe intenzione necessaria allontanare le azioni che la attentino – niente delle sue origini questo sport così umano potrebbe adesso conservare.

Ecco che i miei primi ricordi da bambino, quelli dei più adulti, quelli di ogni tempo, quelli della sofferta e intima letteratura di Saba e degli altri scrittori, meglio vivrebbero l’ombra sorridente e confidenziale della soffitta, senza più pretendere che rare e nobili prescrizioni intervengano a istruire l’uomo sulla sua felicità. Lo stesso Umberto Saba, nella sua celebre poesia “Commiato”, ha scritto: “Voi lo sapete amici, ed io lo so. Anche i versi somigliano alle bolle di sapone; una sale e un’altra no.”

sebastiano di paolo, alias elio goka

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