E’ la mia prima volta. La mia prima finale dal vivo. Dagli spalti. La prima volta che potrei vedere alzare una coppa al cielo con i colori azzurri intorno.

Devo essere pronta. Devo essere preparata. E soprattutto devo poter condividere questa gioia con persone speciali. Perché me le ricorderò per tutta la vita.

Ebbene, signori, ieri è stata la giornata perfetta.

La partenza è concordata qualche giorno prima, il pullman prenotato da un paio di settimane. Un pullman cresciuto col tempo. Da un “20 posti” non riempito del tutto, è diventato un “50 posti” quasi pieno. Amici, amici di amici, persone recuperate quasi per caso. Insomma, la famiglia si allarga ed accoglie con entusiasmo chiunque voglia dedicare passione e sorrisi a questa trasferta.

Appuntamento al Brin alle 11, si parte alle 12, con lievissimo ritardo.  All’arrivo al Brin troviamo un gruppo di auto dirette anche loro a Roma e riconosciamo i nostri vicini di curva. Avevano lo stesso nostro appuntamento per pura coincidenza. Buon segno, penso! All’arrivo del pullman al Brin, che prima di noi aveva una prima tappa a Pompei per recuperare amici di quella zona, si avvicina una ragazzina con giubbettino da steward per sapere se siamo del “cammino catecumenale”. E noi che avevamo pensato: “Però! Che organizzazione questi steward dell’Olimpico! Ci vengono a prendere fin qui!”… E invece ci ritroviamo a dire un “No, non direi! Anzi, se volete fare una preghiera anche per noi!”. La tipa risponde seriamente invitandoci alla preghiera collettiva alle 16 in p.za del Plebiscito. Le facciamo notare le sciarpe e le maglie del Napoli. Alle 16 abbiamo altre preghiere collettive da fare. Ringraziamo, saliamo e partiamo. Lungo la strada, i catecumenali tentano più volte di farci cambiare percorso. Nuova strategia di conversione, ma noi resistiamo e prendiamo l’autostrada.

Appena passiamo il casello, incrociamo subito un pullman di juventini partiti dalle nostre zone. Sapevamo che ci sarebbero stati. Li conosciamo bene. Dopo venti minuti di viaggio, già ci fermiamo per mezz’ora di sosta. Autogrill pieno di polizia, tanti i tifosi azzurri. Un esodo e anche un po’ la sensazione di “Pasquetta”. Io redarguisco facendo notare che stiamo andando a giocare una finale, non a fare una scampagnata, ma mi contraddico subito prendendo uno dei due rustici che ho cucinato per il gruppo e un salame di cioccolato preparato per dolce. Ma cucinare mi ha aiutato a stemperare la tensione e allora mi unisco al clima da gitarella.

In effetti, come in ogni gita che si rispetti, i più discoli sono dietro, salvo poi lamentarsi del calore del motore, l’autista si raccomanda di non sporcare i sediolini, ci contiamo prima di ripartire per non lasciare a piedi qualche ritardatario perso tra i percorsi obbligati d’uscita tra prodotti tipici, si ascolta la musica in due con una cuffia ciascuno. E si fanno foto di gruppo con vessilli, cimeli e gestacci. Tutto nella norma.

Tutto, tranne le misure di sicurezza per una finale di calcio.  Almeno quelle nei nostri confronti. Sarei curiosa di sapere se è stato fatto lo stesso dall’altro lato o se la finale fosse stata Juventus-Milan o altro. Pura curiosità, si capisce. Ma non voglio essere polemica. Non adesso.

Insomma, ci fermano a Tor Vergata, ci controllano i biglietti, i documenti, il bagagliaio. Si fermano solo all’urlo di zio Ciro, che ancora in modalità Pasquetta, avverte: “Oh, oh! Statt’accort’o casatiell’, frate’!”. Applausi per aver salvato quella bontà, gustata più tardi nel pre-partita. Si approfitta anche per una pausa pipì all’aria aperta, chiaramente documentata per eventuale ricatto. S’incassa un complimento dall’autista per essere sì scomposti, ma in regola, si torna nei pullman e ci si avvia all’Olimpico. Adesso siamo visibilmente tesi, tutti. La partita si avvicina, la curva s’intravede e l’onda azzurra ci accoglie con cori e bandiere. Abbiamo viaggiato tre ore per sentirci di nuovo a casa.

Sotto la pioggia c’infiliamo nel tornello tecnologico di Roma, ci facciamo perquisire docilmente, lasciamo accendini e c’immergiamo nella curva nord. Nord. Uno scherzo del destino. Per noi che questa partita la sentiamo pure un po’ come una rivincita su soprusi e vessazioni di un nord razzista e pieno di pregiudizi. Uno dei motivi per cui molti non si sentono parte di un unico Paese e non si sentono rappresentati da un unico inno. Cantato da una tipa vestita bianco-nera, poi! Almeno, così sembra dalla curva. Pessima scelta.

 

Il pre-partita fa subito la differenza. Si mangia ancora, rischiando lo scoppio, si beve tanto rischiando il via vai dal bagno, ma soprattutto si gioca a calcio. In un minicampo allestito sotto le curve ci sono le rispettive squadre baby, divise in A e B. Quella sotto di noi, Napoli A-Napoli B, è alquanto noiosa e di scarsa qualità, ma tifiamo anche per loro. Gridiamo “Tiiiira” a un bimbetto di sei anni, applaudiamo per una parata di uno di otto e notiamo una certa somiglianza tra uno dei due portieri e Garella. Quella tra Juve A e Juve B, invece è piena di goal, più entusiasmante, ma non c’interessa. A centro campo si sfidano le due vincitrici. Juventus A contro Napoli A. Ebbene, per noi è un riscaldamento delle corde vocali. E da un vantaggio di 2-0 per noi, perdiamo miseramente 3-2, ma applaudiamo i nostri mini-beniamini e cogliamo l’occasione per far notare ancora una volta l’entusiasmo e la passione che ci mettiamo noi, anche con i bimbetti e anche se perdono, alla poca partecipazione che ci mettono loro. È tutta lì la differenza. I nostri cori sovrastano i loro. Anzi, IL loro. Quello in cui ci ricordano che sono i campioni d’Italia, come se fossimo stati altrove da fine agosto e metà maggio. Anzi, ce n’è stato un altro. Il solito “Vesuvio, lavali col fuoco”, ma subito zittito da fischi assordanti che hanno evitato loro una brutta figura.

Ci guardiamo intorno. Qualche striscione ironico, applausi per uno dei nostri che ha portato la sciarpa commemorativa di Stoccarda e una maglia  con sponsor Mars davanti e con un 10 dietro. Qualcun altro non riesce a stargli lontano e  accarezza quel numero ogni quarto d’ora.

E poi il duello in campo. La partita. La finale. La rivincita. Noi contro di loro. Napoli contro  Juventus. I colori azzurri contro il bianco e il nero. Un Napoli voglioso, tenace e con poche sbavature. Il rigore. La tensione. Lo sconosciuto dietro di me che non vuole guardare. Il goal. La gioia. Le urla. L’abbraccio con lo sconosciuto dietro di me. Le lacrime. Gli abbracci con il gruppo. Le lacrime. Un amico che si sente male e che per poco non ci costringeva tutti a non vedere il secondo goal. Il secondo goal. Hamsik che si lancia a terra sommerso dagli altri. La gioia. Le urla. L’abbraccio con chi adesso è poco meno sconosciuto dietro. Le lacrime. Gli abbracci con il gruppo. Uno ad uno. Le lacrime. Di uno in particolare. Piange a dirotto. E noi con lui. Il pensiero a chi questa partita se l’è persa perché a lavoro. Conoscendolo avrà bestemmiato in aramaico antico e avrà seriamente pensato di cambiare lavoro. E il pensiero va anche ad un altro amico che questa partita l’avrà vista da qualche parte chissà dove. Anche lui bestemmiando in aramaico antico contro i gobbi, con una Carling in una mano e una sigaretta nell’altra, tra angeli scandalizzati, ma che gli vorranno già un gran bene. E ancora lacrime. E la gomitata di Quagliarella,  la sua espulsione, la nostra goduria e i cori di stima. Il triplice fischio dell’arbitro. La gioia. Le urla. Le lacrime. Gli abbracci con sconosciuti, conosciuti da poco, conosciuti da tanto e conosciuti da sempre. Le corse impazzite degli azzurri verso gli spalti, verso il centro del campo, verso la panchina, verso i compagni. E le lacrime. Quelle di Lavezzi, viste quasi come un addio. Un saluto ai suoi tifosi. Perché è vero che quello che conta è sempre e solo la maglia, ma ci commuoviamo con poco e quelle lacrime le abbiamo sentite.

E cantiamo. Cantiamo. Cantiamo. Nella curva di fronte, già a dieci minuti dalla fine riavvolgevano gli striscioni e lasciavano gli spalti. Peccato, avrebbero potuto cantare anche loro, visto l’allenamento fatto mesi fa. Ma va bene così. Noi abbiamo voce e fiato per sessantamila.

Torniamo senza voce, all’alba, stanchi, ma con la voglia di non tornare ancora a casa e allora raggiungiamo la festa della nostra città. Salutiamo la coppa e gli azzurri che la portano in giro per le nostre strade. Siamo molto stanchi e tra poche ore dovremmo essere lucidi e vigili a lavoro, ma la voglia di far durare questa giornata perfetta è ancora forte.

La giornata perfetta di un popolo che ha fatto delle sue imperfezioni la sua forza. Di una squadra che di perfetto quest’anno ha avuto poco. Di una tifoseria che di perfetto ha solo la grandezza del proprio cuore. Di una città che perfetta non lo è mai stata e forse non lo sarà mai, ma di cui siamo innamorati. E proprio come gli innamorati, chiudiamo gli occhi, assaporiamo ogni istante, ci giuriamo amore eterno. Proprio come gli innamorati, nonostante le imperfezioni, non riusciremmo a vivere senza. Proprio come gli innamorati, perdoniamo e ricominciamo. Proprio come gli innamorati, difendiamo e comprendiamo.

Era la mia prima volta. E proprio come un’innamorata, la prima volta non la dimenticherò.

p.s. Ringrazio pubblicamente Spazio Napoli, chi mi ha letto, chi non l’ha fatto (ma se non legge neanche adesso, non lo saprà mai) e la mia famiglia skomposta della curva B, che sono stati il battito vitale di ogni mio racconto.

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