Sul film “L’uomo in più”, di Paolo Sorrentino

 

Spesso la vita somiglia all’area di rigore prima che sia battuto il calcio piazzato. Affollata, calpestata da decine di gambe che ne segnano il terreno a forza di affondare i tacchetti dove darsi migliore slancio per colpire il pallone. Una ressa spietata impasta l’erba e la terra senza sapere come andrà a finire. Se la palla finirà in porta, in braccio al portiere, in curva o in tribuna, lontano, oppure un nuovo calcio piazzato darà una nuova occasione. Ecco che il calcio di punizione, o il calcio d’angolo, o la rimessa, si trasformano nella metafora più nobile della competizione umana, laddove pure il compagno di squadra può diventare ostacolo alla gloria e al risultato, qualora sbagliasse o senza volerlo intralciasse l’esecuzione della prodezza. Allora nell’area ci si organizza, ci si danno dei compiti e dei ruoli. Chi fa il blocco, chi trattiene il difensore, chi pizzica il costato del centravanti, chi attornia il saltatore più temuto, ognuno incaricandosi dell’attimo che dura un tempo infinito. Sgomitando incurante dell’occhio vigile e imperfetto dell’autorità arbitrale, la sfida si restringe in pochi metri quadri, votandosi a un’intimità che riunisce desideri e pensieri in una sola mischia. E quando la palla sale alta e, per un istante, si sovrappone al sole senza che nessuno possa vederla, sorge l’eclisse che deciderà a chi e come saranno affidate le briglie della sorte, quando il pallone cadrà netto e gravoso come la morte, a rivelare se sarà gloria o un nulla di fatto.

“L’uomo in più” di Paolo Sorrentino è un film che racconta più o meno di questo. Della vita riassunta nell’area di rigore. Di come le aspettative possano riservare a un uomo le peggiori insidie, legandolo a un destino che sia l’esatto capovolgimento del suo glorioso e appagante principio.

Antonio Pisapia, interpretato da Andrea Renzi, è un grande calciatore, ma il suo carattere schivo e riservato, unito a un’indole votata alla purezza e all’onestà, non gli consentono di chiudere al meglio una carriera sfortunata, mentre il rifiuto di discutibili compromessi legati alle scommesse clandestine intorno alle partite gli impediscono di iniziare la carriera di allenatore. Toni Pisapia, nella vita Toni Servillo, invece è un cantante di successo, che trascorre la sua vita tra i concerti nei teatri e le nottate nei locali notturni. Donne e dissolutezza sono i suoi passatempi preferiti. Proprio quando la sua carriera è all’apice, una ragazzina ne mina per sempre moralità e credibilità, in un mondo che fa dell’ipocrisia la sua religione. Abbandonato da tutti, decide di ritirarsi dalle scene e di non cantare più. Intanto Antonio Pisapia le tenta tutte, pur di diventare allenatore. Al direttore sportivo del Napoli, interpretato da Marzio Honorato, Antonio rivela l’idea di un nuovo modulo di gioco, che rivoluzionerà il mondo del calcio. Quattro punte, “l’uomo in più”. Ma l’idea non convincerà il dirigente partenopeo, troppo legato a un calcio vecchio e corrotto. La solitudine e la frustrazione spingeranno Antonio Pisapia a prendere una decisione estrema, a suo modo quasi liberatoria, non prima però, che il suo destino abbia incrociato per un momento quello di Toni, in un incontro fugace che ha quasi del paranormale, come se i fantasmi di un passato inconfessabile mettesse i due personaggi a confronto. Toni Pisapia, nel celebre monologo finale, racconta la sua vita e di come il suo epilogo sia stato cifrato da questo personaggio al quale Toni dice di sentirsi molto affezionato, quell’Antonio Pisapia che un mondo freddo e spietato ha più volte ingiustamente respinto e umiliato. Così, Toni, attraverso un del tutto personale senso di giustizia, vendicherà la tristezza di Antonio a modo suo, senza però sacrificare lo spazio comune che ha confortato la vita buia e isolata di entrambi i personaggi. La gloria, il successo, l’applauso che riconosce all’uomo il più agognato conforto, anche quando un crudele e disonorevole imprevisto ne afferra pure la libertà.

“L’uomo in più” è liberamente ispirato alla vita del cantante Franco Califano, nel personaggio di Toni Pisapia, e del calciatore Agostino Di Bartolomei, nel film Antonio Pisapia, morto suicida dopo una grande carriera nella Roma campione d’Italia negli anni ‘Ottanta. Il film è stato anche presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2001. Il modulo delle quattro punte è stato realmente adottato da Ezio Glerean, col Cittadella. Il “Molosso”, interpretato da Nello Mascia, allenatore amico di Antonio Pisapia, è ispirato al “Petisso” Bruno Pesaola, allenatore del Napoli, della Fiorentina e del Bologna. Il regista Paolo Sorrentino ha ripreso il personaggio di Toni Pisapia nel suo primo romanzo, “Hanno tutti ragione”, nel quale il protagonista, Toni Pagoda, ricorda molto da vicino i tratti caratteriali e  i comportamenti di Toni Pisapia.

In una delle scene del film, Antonio Pisapia, solo in mezzo a un campo di allenamento, calcia il pallone nella porta vuota. Nella trama del film, pochi anni prima, aveva conquistato gli onori delle cronache segnando un gol spettacolare in rovesciata. I due momenti tornano alla mente del calciatore nell’aeroporto di Napoli, mentre guarda un aereo decollare che conduce in Olanda un suo ex compagno di squadra, che si reca a visionare un calciatore, avendo avuto più fortuna nella carriera di allenatore, sogno proibito per il deluso Antonio.

Lo scenario potrebbe anche chiudersi e fermarsi, compattando la mischia nell’area di rigore fino a farne un calciatore unico, che indisturbato colpirà il pallone una volta disceso dall’eclisse dello spiovente. Ma siamo sicuri che un uomo voglia sentirsi così solo nell’area di rigore?

sebastiano di paolo, alias elio goka

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